sabato 31 gennaio 2026

La Merla bianca e la Merla nera

Eccoci giunti al terzo dei Tre giorni della Merla, la stagione trattiene il fiato mentre la terra riposa sotto un velo di freddo sottile; ancora un ultimo passo e ci troveremo nel mezzo inverno illuminato dalla Candelora, il punto di svolta che ci accompagnerà verso la primavera. Oggi invece conosciamo la variante della Colombina bianca nei dintorni di Ospedaletto Lodigiano.

La Merla bianca e la Merla nera - I Tre Giorni della Merla

"Nei dintorni di Ospedaletto Lodigiano si canta la canzone detta la Filerina (1) la quale non è altro che la Colombina o Merla; tuttavia in quesso paese la canzone subisce qualche variante, ed ha alcune aggiunte colle quali si tirano in ballo alcune località del Lodigiano.
A spiegare questo non sono necessari molti commenti: una volta stabilita la canzone ed il fatto principale, il popolo trova facilmente la combinazione di aggiungere alla trama oramai ordita,
qualche cosa di particolare al paese o riferibile a circostanze speciali e proprie al medesimo tnto per allungare il divertimento. La canzone però non ha marcati così bene quei contorni caratteristici che si osservano altrove. - Noi la riportiamo per intiero, ommettendone, per economia di spazio, il ritornello.

(1) La Giovane Filatrice.

D. La Filerina la sta in cambera
O viva l'amor vivà, olì, olà.

R. Ve' giù da quella tur e canta in terra
Ho vist du bei suldà a la luntana

Vun dimandeva pas e 1'alter guerra.
Vignè chi, o belle pute, se voulì fa speza.
D. Vuriu che faga spesa, non g' hoi moneda.
R. Vignè chi, o belle pute, che farem a creta (1).
D. Quand la creta l' è fai miarà pagala (2).

Alzi gli oci e vedo du barche in mare
Vuna cargada de seta e l'altra de drappe,
Ho vist un bel usel a la luntana
Ch' el vuleva su la brocca,
Ve' giù da quella brocca e salta in terra.

Du gh'i ho e vun t' l prumettarò
Se t' se bianca, negra te farò:
Se t' se negra, bianca te farò.

Ho trai na sciupettada nella gaba
Ho fai sentì l'amor fin a Livraga.
Ho trai na sciupettada in d'un gabet
Ho fai sentì l'amor fin a Borghett.
Ho trai na sciupettada in mezz' all' era
Ho fai sentì l'amor fin a Lardera.
Ho trai na sciupettada in d'un muron
Ho ferid la me bella in d'un galon.

(1) Venite qui, belle ragazze, che faremo a credenza
(2) Quando la credenza e fatta bisognerà pagarla"

Giovanni Agnelli

La filarina lascia la sua stanza, è ancora chiara, giovane, come la merla della leggenda prima che il mondo la tocchi. Scende i gradini ed esce fuori quando l'aria ha ancora il sapore di un tempo non pronto ad accoglierla e le sfiora la pelle con un brivido asciutto, il clima prede forma per misurarla, incontra i due soldati, il primo segno che fuori non c'è riparo, solo il confronto con ciò che attende; le viene chiesto di "fare spesa", cioè di affrontare ciò che comporta l'essere uscita anche senza mezzi. Lei risponde che ogni cosa fatta "a credenza" prima o poi va pagata, ogni passo fuori stagione ha un costo, il tempo rigido non fa sconti a chi arriva in anticipo.
Lontano, sul mare, quasi al margine del cielo, intravede due barche cariche di seta e di drappi, sono la promessa che si attende, ciò che dovrebbe arrivare a compiersi, ma ancora non si concede. Si leva la Merla, si poggia sulla brocca dove l'acqua è contenuta, ma non è più la stessa ha perso il suo candore ed è diventata nera, ha attraversato un tempo che non era pronto per lei. 
I colpi che risuonano fino ai paesi vicini sono la forza dell'evento che la coinvolge, ciò che le accade ha un eco, si diffonde, lascia traccia. È il gelo che morde, la prova che la investe e la attraversa. L’ultimo sparo la raggiunge è la ferisce, è l'impronta concreta dell'essersi esposta troppo presto, dell'aver affrontato l'inverno e il mondo.

venerdì 30 gennaio 2026

La Merla tra camomilla e rosmarino

Nel secondo dei Tre Giorni della Merla, che prosegue alla conquista del mezzo inverno alla Candelora, da San Colombano al Lambro ci spostiamo a Ospedaletto Lodigiano, per conoscere la versione locale della Colombina Bianca.

La Merla tra camomilla e rosmarino - I Tre Giorni della Merla

No gh' è barbè che sibia bon per me.
Olì, olà ... etc.
Sol che quel giovinott che m' ha feri.
Olì, olà ... etc.
'Ndarem a toeu 'l dutur da falla medegà.
Olì, olà ... etc.
'L g' ha ordinà ' decott de fior de Camamella
Olì, olà ... etc.
Da fa guarì lai bella
Olì, olà ... etc.
'Ndarem a toeu l'inguent per I'aibella
Olì, olà ... etc.
D' rosmarin e camamella
Olì, olà ... etc.
La gira per Milan la par na mercadanta
Olì, olà ... etc.
Pr tutt dove la va la se sent a numinà
Olì, olà ... etc.
La g' ha ste du scarpette cui calcagni alti
Olì, olà ... etc.
L' è granda, I' è granda
Olì, olà ... etc.
La g'ha sti du rizzin che domanden gloria
Olì, olà ... etc.
Vittoria, vittoria, vittoria
Olì, oàa, olela, olà.

Giovanni Agnelli

Le case si stringono lungo le strade, i tetti coperti di brina riflettono la luce pallida del sole invernale; nel borgo ammantato dal gelo si muove la fanciulla accompagnata dai sussurri del vento tra i camini. Già metafora della merla, la giovane è ferita e nessun uomo può consolarla se non colui che l'ha colpita; bisogna farla medicare dal dottore, come rimedio si prepara un decotto di fiori di camomilla, fiore che conserva la sua luce anche nei giorni più corti, porta con sé un simbolo di calma e guarigione, è un piccolo sole domestico che scioglie il gelo, un richiamo alla dolcezza che resiste all'inverno; segue un unguento di camomilla con rosmarino, un sempreverde che non teme il freddo, emblema di forza e memoria, il suo profumo pungente è un talismano contro il gelo, una protezione concreta che accompagna chi attraversa i giorni più duri.
La bella sembra mostrarsi come in una piccola piazza di mercato, ogni suo passo è osservato e nominato da chi incontra. I suoi scarpini alti affondano lievi sulla neve e sul ghiaccio, mentre i capelli raccolti domandano gloria e attenzione, testimoni della sua presenza tra la gente. Nonostante tutto cammina con tenacia, resiste e attraversa i luoghi come se ogni passo fosse una piccola sfida, ricerca la vittoria come la Merla che osa affrontare i giorni più freddi.
Continua...

giovedì 29 gennaio 2026

La Merla sulla brocca

Il 29, 30, e 31 gennaio, nella tradizione popolare, si raggiunge il culmine del freddo, un passaggio obbligato, un'ultima prova di resistenza, prima di intravedere il primo spiraglio di luce al giro di boa del mezzo inverno, il giorno della Candelora. È in questo clima sospeso, tra il rigore del freddo e l'impazienza del cambiamento, che si collocano i canti e le varianti locali legate alla leggenda dei Tre Giorni della Merla che mutano di paese in paese, ma che conservano lo stesso desiderio di attraversare l'inverno per arrivare, finalmente, alla soglia del risveglio.

La merla sulla brocca - I Tre Giorni della Merla

"... Ma essendo il canto della Merla stato affidato unicamente alla tradizione, questa, secondo il suo costume, doveva portare nella canzone stessa qualche variante cambiando paese. Gian Stefano Cremaschi, maestro benemerito del comune di Ospedaletto Lodigiano ed autore di alcuni opuscoletti in vernacolo, che potrebbero col tempo assumere un'importanza ben diversa da quella con cui sono oggidì considerali, si tolse l'incarico di fornirci altre informazioni da lui pazientemente assunte pel caso nostro a S. Colombano al Lambro e nel suo paese natale. Questi due paesi, nella parte opposta al territorio Laudense, conservano essi pure il costume dei tre giorni della Merla: la seguente viene cantata a S. Colombano:

Tratti de fora, Luzia
Olì, olà, olela, olà
Tratti de fora che in strada ghi e l'amante
Olì . . etc.
Che per ti more.
Olì ... etc.
La gh' ha '1 curtelin che sibia ben mulad (2)
Olì, olà ... etc.
La colombina bianca la sa ben vula
Olì, olà ... etc.
La sgula in su la brocca, la dundara
Olì, olà ... etc.
La sgula adrè la riva, la bevarà
Olì, olà ... etc.
La sgula in mezz al mar, la negarà.
Olì, ola ... etc.
I sparu le balestre da sta ai balcon
Oli, olà ... etc.
I han ferid lai bella in d'un galon.
Olì, olà ... etc,
O si 'ndarem in Francia a toeu un barbe,
Olì, olà ... etc.

(2) Ha il coltellino che sembra ben affilato."

Giovanni Agnelli

Luzia esce nella strada gelida, avvolta dal freddo pungente dei giorni più rigidi dell'inverno; le case sono addormentate e i tetti ghiacciati; il vento tagliente fischia tra i vicoli, e ogni passo è un piccolo atto di coraggio; incontra l'innamorato che ha con sé il coltellino affilato che brilla tra le sue dita e si fa simbolo del rischio che corre nell'essere uscita.
Nel cortile, la colombina bianca che riflette la merla della tradizione, si libra nell'aria, leggera e agile; Luzia la osserva mentre vola, si posa sulla brocca, se si sposterà verso la riva del fiume berrà, se continuerà verso il mare annegherà.
Dai balconi si odono i colpi delle balestre, l'inverno punge attraverso il suono, sembra voler punire chi osa muoversi fuori, ogni gesto della città è impregnato di pericolo.
La bella viene colpita in un lembo del suo vestito e si fà metafora della merla che viene ferita per la sua audacià che sfida il gelo e supera il confine della sicurezza.
Continua...

martedì 27 gennaio 2026

Il Fatebenefratelli e il Morbo di K

Era l'autunno del 1943. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, Roma cadde sotto l'occupazione tedesca, e la città visse settimane di incertezza e paura costante. I tedeschi, subentrati al controllo delle forze fasciste, avviarono subito rastrellamenti e arresti, in particolare contro la popolazione ebraica. Il 16 ottobre 1943, nel cosiddetto grande rastrellamento del Ghetto, oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz e pochissimi fecero ritorno; un tragico evento che segnò l'inizio di una persecuzione sistematica e metodica.
Con il rafforzamento dei controlli, anche gli ospedali iniziarono a essere perquisiti dalle autorità tedesche alla ricerca di ebrei nascosti. Come proteggere i pazienti ebrei senza attirare l'attenzione dei nazisti? La risposta fu tanto rischiosa quanto ingegnosa, inventare una malattia che non esisteva.

Ospedale Fatebenefratelli, gestito dall'Ordine dei Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio,

Ospedale Fatebenefratelli

Sull'Isola Tiberina, l'Ospedale Fatebenefratelli, gestito dall'Ordine dei Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio, offrì il contesto ideale. Grazie alla combinazione di personale religioso e laico, alla certa autonomia gestionale e alla storica reputazione dell'istituzione, era possibile orchestrare un stratagemma difficile da contestare. I medici dell'ospedale inventarono il cosiddetto "Morbo di K", una malattia fittizia descritta come altamente contagiosa e potenzialmente mortale, con sintomi respiratori e neurologici gravi; bastavano una cartella clinica convincente e il timore del contagio a rendere credibile l'inganno.
La scelta della lettera K, secondo alcune testimonianze, era un riferimento ironico e silenzioso a comandanti tedeschi come Albert Kesselring o Herbert Kappler, figure centrali nell'occupazione di Roma. Un gesto di beffa sottilissimo, invisibile ai più, ma carico di significato morale, una forma di resistenza silenziosa nascosta dietro il linguaggio della medicina.
Durante le ispezioni, i soldati tedeschi venivano avvertiti del pericolo di contagio. I pazienti classificati come affetti dal Morbo di K simulavano tosse, difficoltà respiratorie e stati di agitazione. Di fronte a una malattia sconosciuta e apparentemente letale, i militari preferivano allontanarsi rapidamente, evitando quei reparti. Così l'ospedale divenne un rifugio sicuro, inaccessibile ai controlli più aggressivi.
Tra i protagonisti dell'operazione, spiccano tre figure chiave, Giovanni Borromeo, Direttore sanitario dell'ospedale, coordinò l'accoglienza degli ebrei nascosti e avallò l'invenzione del Morbo di K, assumendosi una responsabilità enorme. Per il suo coraggio, è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni. Morì il 24 agosto del 1961 a 62 anni.
Adriano Ossicini, medico e giovane antifascista, partecipò attivamente alla simulazione della malattia e al contatto con i pazienti nascosti. La sua esperienza lo segnò profondamente, e in seguito intraprese anche una lunga carriera politica. Morì il 15 febbraio del 2019 a 98 anni.
Vittorio Sacerdoti, medico ebreo costretto a vivere sotto falsa identità per evitare l’arresto, continuò a lavorare al Fatebenefratelli grazie alla protezione di Borromeo. La sua presenza aumentava il rischio, ma allo stesso tempo rendeva ancora più significativo il gesto di salvare vite mentre la propria era in pericolo. Morì nel 2005 a 88 anni.
Questa era l'Italia della Resistenza e il Morbo di K, ne rappresenta un esempio morale e pratico straordinario che si manifestò nella discrezione, nell'ingegno e nella scelta quotidiana di dire "no" all'ingiustizia con i mezzi disponibili. L'operazione del Fatebenefratelli dimostra come la solidarietà, il coraggio e l'intelligenza possano diventare armi potenti per proteggere la vita con astuzia e umanità contro la persecuzione, la violenza e la stupidità.

P.S. È importante ricordare che, oltre a Roma, simili forme di protezione si svilupparono in altri contesti ospedalieri e religiosi in Italia, contribuendo a costruire una memoria di resistenza che va oltre le armi e le barricate.
Se vi va e avete tempo, questa sera sintonizzatevi su RAI 1 per seguire "Morbo K" la storia di un incredibile atto di genio.

Aggiornamento 29 gennaio 2026

Il Morbo di K fu un punto luce in un tragedia umana, meritava un racconto più fedele alla realtà dei fatti. 

mercoledì 21 gennaio 2026

Foglie d'inverno

Quando l'inverno arriva, la natura rallenta, l'aria è più fredda, il sole si abbassa tingendo il cielo di toni morbidi e ghiacciati e un silenzio ovattato l'avvolge. La linfa vitale si ritira nelle radici, i rami degli alberi si spogliano, le foglie che cadono si fanno piccoli frammenti di memoria adagiati sul terreno, come messaggi da cogliere raccontano le stagioni passate; scaldano la terra e la nutrono per cìò che verrà con la poesia della loro fragilità e della loro trasformazione; con le loro venature delicate, i colori sfumati e le forme ormai imperfette ci mostrano la bellezza che si cela nei dettagli più semplici, la resilienza e il ciclo della vita; si affidano al vento che le solleva e danzano con grazia mentre ogni fine porta con sé un nuovo inizio.

Foglia di gelso d'inverno

Foglia di gelso 

Foglia di monstera deliciosa d'inverno

Foglia di monstera deliciosa
Lo vedete il cuoricino in alto alla vostra destra?

Foglie di apidistria d'inverno

Foglie di apidistria 

Foglie di ruscolo maggiore d'inverno

Foglie di ruscolo maggiore 

Foglia di fico d'inverno

Foglia di fico

Foglie di mango d'inverno

Foglie di mango 

Foglie di Plectranthus coleoides d'inverno

Foglie plectranthus coleoides 

Foglie di rosa d'inverno

Foglie di rosa 

Foglie di cedro d'inverno

Foglie di cedro 

sabato 17 gennaio 2026

Sant'Antonio Abate e il maialino

Alfredo Cattabiani, nel Calendario del 1988, riporta una leggenda del nuorese secondo cui, in tempi antichi, il mondo era privo di fuoco e gli uomini soffrivano il freddo. Una delegazione sarebbe stata inviata nel deserto della Tebaide a pregare Sant'Antonio affinché procurasse loro il fuoco. Dopo molte insistenze, l'eremita acconsentì e si recò alle porte dell'inferno accompagnato dal suo maialino. I diavoli, riconoscendone il potere, tentarono di respingerlo, ma il maialino riuscì a introdursi nell'inferno seminando il caos tra le schiere demoniache. Incapaci di fermarlo, Satana e i suoi angeli furono costretti a implorare Sant'Antonio perché lo riprendesse. Durante il ritorno sulla terra, il bastone a forma di tau del santo prese fuoco, permettendogli di accendere una catasta di legna, da quel momento il fuoco riscaldò l'umanità.
Questa leggenda riprende gli schemi narrativi già presenti nelle Tentazioni di Sant'Antonio della letteratura agiografica medievale, in cui l'eremita affronta i demoni e sfida l'inferno. Alla struttura agiografica si aggiunge la presenza del maialino, che Cattabiani interpreta come residuo di un nucleo precristiano, ipotesi sviluppata anche da Margarethe Riemschneider, secondo cui il maialino sarebbe la forma sostitutiva di un più antico cinghiale sacro, attributo del dio celtico Lug, divinità della luce, della rinascita e della fecondità. Lo scambio del cinghiale con il maiale domestico verrebbe spiegata come effetto della cristianizzazione.

Madonna tra i santi Antonio Abate e Giorgio 1445 circa - Pisanello - National Gallery - Londra

Madonna tra i santi Antonio Abate e Giorgio 1445 circa - Pisanello - National Gallery - Londra

Questa interpretazione si colloca nella tradizione analogica inaugurata da James George Frazer nel Ramo d'oro, secondo cui la ricorrenza di simboli simili, il fuoco, l'animale astuto, l'oltretomba, indicherebbe una continuità cultuale sotterranea. Tale approccio presuppone che la leggenda conservi una memoria arcaica e che rifletta un culto precedente. Questo metodo comparativo, che mira a postulare continuità genealogica, continuità culturale o simbolica è oggi ampiamente criticato dai medievisti, in quanto è considerato problematico perché trascura l’evidenza cronologica e sociale delle pratiche documentabili.
Nei bestiari e nella letteratura allegorica medievale, il comportamento naturale del cinghiale è percepito come aggressivo, indomabile, selvaggio e viene assunto come allegoria morale e spirituale delle passioni umane. Gli amanuensi medievali, se avessero voluto, avrebbero potuto caricare l'animale di significati ancor più negativi; nella maggior parte dei casi, invece, si limitarono a trasmetterne un valore simbolico e morale.
In questa prospettiva, anche la scelta artistica delle raffigurazioni di Sant'Antonio con il cinghiale, come quelle di Pisanello, del 1445 circa, visibile alla National Gallery di Londra e dell'incisione di Antonio Tempesta del 1597, utilizzate dalla Riemschneider a sostegno della propria tesi, vanno lette come elaborazioni iconografiche colte, in cui il cinghiale rappresenta la ferinità, il peccato o gli ostacoli alla virtù superati dall'asceta. Si tratta di immagini allegoriche, non di testimonianze di un culto pagano sopravvissuto.

Sant'Antonio con il cinghiale - 1597 - Incisione Antonio Tempesta

Sant'Antonio con il cinghiale - 1597 - Incisione Antonio Tempesta

L'origine storicamente documentabile dell'associazione tra Sant'Antonio e il maiale come abbiamo visto l'anno scorso in l'ignis sacer, si colloca nell'XI secolo, in seguito alla traslazione delle reliquie del santo in Francia e alla diffusione del cosiddetto Fuoco di Sant'Antonio e alla cura dell'ergotismo. In questo contesto, gli ospedali antoniani allevavano maiali, che venivano distinti dagli altri animali vaganti mediante una campanella al collo, secondo pratiche ufficialmente autorizzate dal Papa. Il maiale fungeva da risorsa concreta, forniva carne, grasso per unguenti terapeutici e sostegno economico alle istituzioni assistenziali. Non si trattava di un animale sacro, ma di uno strumento di carità. Solo successivamente diventa attributo iconografico del santo.
L'evoluzione dell'immagine di Sant'Antonio Abate, da asceta del deserto a protettore degli animali e figura centrale della religiosità contadina, mostra in modo particolarmente chiaro il carattere storico e dinamico del culto. L'Antonio delle fonti tardoantiche, come emerge dalla Vita Antonii di Atanasio di Alessandria, è un eremita egiziano impegnato nella lotta ascetica e spirituale contro le tentazioni e i demoni interiori, non si menziona alcun maiale, né alcuna funzione di donatore del fuoco. Solo in epoca medievale, proprio a partire dalla diffusione del fuoco di Sant'Antonio e dall'attività degli ospedali antoniani, la figura del santo viene progressivamente reinterpretata come guaritore e protettore contro la malattia. Nel contesto della religiosità rurale, questa funzione si estende alla protezione degli animali domestici e delle comunità contadine. Tale trasformazione non è il riflesso di una sopravvivenza di culti agrari precristiani, ma il risultato di una rielaborazione storica e popolare del culto cristiano, che adatta la figura del santo ai bisogni concreti delle comunità nel corso del tempo.
Il parallelismo tra la leggenda nuorese e il mito di Prometeo è evidente nella struttura narrativa; in entrambi i casi un mediatore sottrae il fuoco a una potenza ostile per restituirlo agli uomini; questo non implica una continuità cultuale, ma mostra come la cultura medievale potesse attingere a schemi narrativi universali, anche di origine classica, per esprimere in forma simbolica funzioni cristiane. In questo caso, il racconto spiega in modo eziologico e accessibile perché Sant'Antonio guarisca il "fuoco" e perché sia accompagnato da un maiale, traducendo pratiche devozionali e assistenziali in una narrazione efficace.
La leggenda nuorese, dunque, non consente di dimostrare l'esistenza di un residuo pagano, ma permette di osservare la creatività del cristianesimo medievale nella costruzione di immagini, simboli e racconti legati al male, alla malattia e alla salvezza. Il culto di Sant'Antonio si sviluppa nel Mediterraneo attraverso l'interazione tra fonti agiografiche, iconografia e pratiche devozionali concrete, non attraverso la sopravvivenza di culti precristiani. L'associazione con il maiale e con il fuoco è il prodotto di un contesto medievale ben definito.
Dagli anni Settanta del Novecento, medievisti come Peter Brown, Jean-Claude Schmitt, Jacques Le Goff, André Vauchez e Caroline Walker Bynum hanno mostrato che il folklore cristiano va analizzato partendo dalle pratiche documentate e dalle funzioni sociali, per poi considerare i segni distintivi, l'iconografia, le narrazioni e infine le interpretazioni simboliche. È in questa prospettiva che va letta la leggenda nuorese di Sant'Antonio, espressione storicamente situata della religiosità cristiana medievale e non trasmissione di un mito pagano.
E allora, alla fine, la domanda è se dietro la leggenda di Sant'Antonio si nasconda un frammento di storia mitologica, un cinghiale, dei pagani, o qualcosa di più semplice e molto più vero?
Ti sei mai chiesto dove nasce davvero il senso di un simbolo, esclusivamente nei miti antichi, o nelle menti degli uomini? Il resto, che sia fuoco, maiale, demone, provalo. Funziona solo quando lo vedi accendersi.

Lieta Festa di Sant'Antonio Abate!
Per ulteriori informazioni:

domenica 11 gennaio 2026

Il Battesimo di Gesù Cristo

La domenica successiva alla festa dell'Epifania si celebra uno degli eventi fondamentali della tradizione evangelica, il battesimo di Gesù nel fiume Giordano per mano di Giovanni Battista. Questo episodio, attestato da tutti e quattro i Vangeli canonici, segna l'inizio della vita pubblica di Gesù e costituisce una delle prime e più solenni manifestazioni della sua identità messianica.
Nel Battesimo al Giordano emerge il mistero di Cristo nella sua presenza trinitaria: il cielo si apre, lo Spirito Santo scende in forma di colomba e la voce del Padre proclama Gesù come Figlio prediletto.
Fin dalle origini, la Chiesa riconosce in questo evento una epifania, cioè una rivelazione divulgativa della natura divina di Gesù e della sua missione salvifica; il Battesimo non è quindi un gesto puramente simbolico, ma un momento fondativo della cristologia e della teologia trinitaria.
Nei primi secoli del cristianesimo, soprattutto nelle Chiese d'Oriente, il 6 gennaio all'interno della grande festa dell'Epifania o Teofania si commemoravano diversi eventi rivelativi, la nascita di Gesù Cristo, l'adorazione dei Magi, il Battesimo nel Giordano e, in alcune tradizioni, il miracolo delle nozze di Cana; con il passare del tempo, Oriente e Occidente svilupparono percorsi liturgici differenti, in Oriente il Battesimo divenne il centro della Teofania, mentre in Occidente l'Epifania si concentrò prevalentemente sulla visita dei Magi, favorendo una distinzione più netta tra le diverse celebrazioni.
Con la fissazione del Natale al 25 dicembre nel IV secolo, il calendario liturgico occidentale si strutturò attorno a un vero e proprio tempo di Natale e, in questo contesto, il Battesimo di Cristo venne collocato dopo l'Epifania, non secondo una logica cronologica, poiché l'evento avvenne quando Gesù aveva circa trent'anni, ma, secondo un criterio teologico per cui esso appartiene alle manifestazioni di Cristo e inaugura la sua missione pubblica, l'inizio della sua vita sociale che condurrà fino al mistero pasquale.
Secondo il Vangelo di Luca, la Presentazione di Gesù al Tempio avvenne quaranta giorni dopo la nascita, in conformità alla Legge mosaica che prescriveva la purificazione rituale della madre e l'offerta del primogenito al Signore; contando a partire dal 25 dicembre, questa data cade il 2 febbraio ed è sempre stata mantenuta dalla Chiesa come festa fissa.
Nel calendario liturgico occidentale anteriore al Concilio Vaticano II, la Presentazione di Gesù al Tempio costituiva la conclusione del tempo di Natale; pur appartenendo ancora ai racconti dell'infanzia di Gesù, rappresentava l'ultimo evento del ciclo natalizio, chiudendo simbolicamente il mistero dell'Incarnazione.
Con la riforma liturgica entrata in vigore nel 1969, la conclusione del tempo di Natale venne invece anticipata alla festa del Battesimo del Signore, mentre la Presentazione del 2 febbraio rimase una celebrazione autonoma.

Pallina di Natale in cioccolato fondente

Nelle Chiese orientali il Battesimo di Cristo conserva ancora oggi grande solennità, spesso accompagnata dal rito della benedizione delle acque, che richiama il valore battesimale e cosmico dell'evento del Giordano. In Occidente la celebrazione è più sobria, senza giudizio di merito, e mantiene un forte riferimento al battesimo dei fedeli, fondamento della vita cristiana. Accanto all'ordinamento liturgico attuale, del ritorno al tempo ordinario dopo il Battesimo di Cristo, permane la memoria storica della Presentazione al Tempio del 2 febbraio che testimonia una struttura più ampia e articolata del ciclo natalizio, durata per secoli e ancora viva nella tradizione popolare e si esprime, in molte realtà locali, nella prassi devozionale e culturale, con il mantenimento del presepe e dell'albero di Natale fino alla Candelora, mostrando una conclusione simbolica pur senza che ciò sia più previsto ufficialmente dal rito romano.
Il Battesimo, apre la vita pubblica di Gesù, diventa così un ponte tra la gioia della nascita e il compimento della sua missione, orienta lo sguardo verso la Pasqua e verso ciò che si realizzerà nella sua morte e risurrezione, rende evidente come ogni festa, ogni rito e ogni memoria liturgica siano parte di un senso che si svela nel tempo.

Dedica su pergamena

Nel mese di dicembre, mentre eravamo impegnati nel nostro Calendario dell’Avvento, sono stata invitata a un incontro dedicato al tumore al seno.
Gli organizzatori mi hanno regalato una pallina di cioccolato fondente con una piccola pergamena che dice:
"Sii dolce con te stessa: la vera forza è saper accogliere la propria fragilità con tenerezza."
Oggi voglio condividere questa frase con tutti voi, perché credo che possa accarezzare non solo le donne a cui è dedicata, ma tutti noi, ogni volta che ne abbiamo bisogno.

Lieta festa del Battesimo di Gesù Cristo!

martedì 6 gennaio 2026

Novena dell'Epifania

Epifania con i Re Magi

L'Epifania è il tempo in cui Gesù si manifesta non solo al popolo di Israele, ma idealmente a tutti i popoli. I Re Magi, giunti dall'Oriente per rendergli omaggio, diventano così il simbolo di un'umanità in cammino, capace di riconoscere un segno e di mettersi in ricerca. Alla vigilia della festa si concludono i nove giorni di preghiera iniziati il 28 dicembre, un percorso che accompagna a sostare sul mistero della manifestazione di Gesù al mondo.

Epifania con la Befana

La novena dell'Epifania offre uno degli esempi di come la tradizione cristiana abbia saputo coniugare riflessione teologica, pratica spirituale e dimensione comunitaria. La sua storia mostra il ruolo della pietà devozionale nel favorire una comprensione più profonda dell'Epifania come evento di rivelazione e di apertura universale, capace di parlare a culture e popoli diversi.

Lucerna dell'anno nuovo

La sua diffusione è il risultato di un lento processo di elaborazione devozionale, che si consolida tra il Medioevo e l'età moderna, in un contesto caratterizzato da una crescente attenzione alla dimensione interiore ed emotiva della fede. Ordini religiosi, predicatori e confraternite laicali contribuirono in modo determinante alla diffusione di cicli di preghiere e meditazioni in preparazione alla festa, favorendo una partecipazione più consapevole e condivisa.
Il suo contenuto si struttura generalmente attorno a una meditazione progressiva del racconto evangelico di Matteo 2,1-12; il cammino dei Magi viene proposto come immagine della ricerca umana di Dio; la stella come segno di una presenza che orienta e accompagna; i doni di oro, incenso e mirra come riconoscimento simbolico dell'identità di Gesù e del significato della sua venuta. Ne emerge una visione ampia, aperta, capace di includere l'esperienza umana nella sua pluralità.

Incenso per l'Epifania

In questa prospettiva, la novena non è soltanto una preparazione alla festa liturgica, ma un itinerario spirituale che invita a un movimento interiore di ascolto, conoscenza e discernimento e può essere letta, sul piano interpretativo, anche attraverso la distinzione riconosciuta dagli storici tra cristianesimo istituzionale e cristianesimo vissuto, il complesso linguaggio teologico incontra la creatività della devozione popolare e assume forme espressive semplici, si traduce in esperienze accessibili, condivise, partecipate con canti tradizionali, recite comunitarie, rappresentazioni simboliche che si fanno folklore e spesso utilizzate anche in ambito parrocchiale e familiare con finalità educative.
In un contesto culturale segnato dalla pluralità e dalla mobilità, la novena dell'Epifania conserva una particolare attualità; il suo messaggio di ricerca, apertura e incontro continua a offrire uno spazio di riflessione sul senso del cammino umano e sul desiderio di orientarsi che attraversa le diverse culture.

Lieta Epifania e un abbraccio alle sorelle Befane!


Nel video  Sarvesham Svastir Bhavatu, il mantra cantato da Tina Turner

Sarvesham Svastir Bhavatu - Che tutti siano felici e in salute
Sarvesham Shantir Bhavatu - Che tutti siano in pace
Sarvesham Poornam Bhavatu - Che tutti siano completi, pieni
Sarvesham Mangalam Bhavatu - Che ci sia benessere e prosperità per tutti
Om Shanti Shanti Shanti - Om, pace, pace, pace"

giovedì 1 gennaio 2026

Capodanno sulla soglia del 45 a. C.

Saliamo a bordo del veliero magico di Anima Mundi per il nostro consueto viaggio nel tempo; navighiamo su un mare di stelle e raggiungiamo la Roma del 45 a.C., ci troviamo tra le strade appena rischiarate dai primi raggi del sole invernale. L'aria è fredda e tagliente; il marmo del Foro, ancora umido di brina, riflette la luce con una nitidezza quasi viva, mentre la città attenta e curiosa si risveglia. L'alba annuncia un Capodanno diverso in cui conosciamo il nuovo calendario giuliano, introdotto dalla riforma voluta da Giulio Cesare e realizzato con l'aiuto dell'astronomo egiziano Sosigene di Alessandria, per porre fine al caos cronologico che aveva disorientato Roma per decenni.
È composto da 365 giorni e ogni 4 anni, dopo il 24 febbraio si aggiunge un giorno extra, il dies bis sextus, ovvero il sesto secondo giorno prima delle Kalende di marzo; forma così un anno di 366 giorni.
Incontriamo gli antichi Romani che non contano i giorni in sequenza, ma a ritroso rispetto alle tre date fisse:
Le Kalende che rappresentano il 1º giorno del mese
Le None che rappresentano il 5º o il 7º giorno del mese (per gennaio - 5 gennaio)
le Idi che rappresentano il 13º o il 15º giorno del mese (per gennaio - 13 gennaio)
Per cui se il primo gennaio è definito Kalendae Ianuariae, il 2 gennaio è a.d. IV Non. Ian. - ante diem IV Nonas Ianuarias ovvero il 4° giorno prima delle None.
L'Urbs si sveglia sapendo che il tempo, questa volta, non è semplicemente passato da un anno all'altro, ma trova la sua misura; il 46 a. C. si è appena concluso, per mesi si è parlato di giorni aggiunti, di mesi innestati come pezzi estranei, di un anno che sembrava non voler finire mai che ha divorato stagioni, ha confuso i contadini, ha spostato le feste, ha fatto invecchiare le cariche pubbliche oltre misura. Tutti lo chiamano ormai, con un nome che pesa come una condanna, l'annus confusionis durato ben 445 giorni, un sacrificio necessario per riallineare le convenzioni umane con le stagioni e il corso del sole.
Cassio Dione, tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., nella sua Storia romana - XLIII 26, lo descriverà come un periodo di disordine temporale.

Capodanno sulla soglia del 45 a. C.

Ora, finalmente è terminato è nel freddo del mattino, sui muri del Foro il calendario torna a seguire una struttura stabile, i mesi non attendono più l'intervento dei sacerdoti per allungarsi o accorciarsi; non dipendono più dagli umori della politica, seguono il sole. Un vecchio pontefice passa la mano sulle incisioni come se volesse sentirne la spessore; questa volta, pensa, non toccherà a lui correggere il tempo. Ianuarius con i suoi 31 giorni, Februarius con i suoi 28 che diventano 29 negli anni bisestili; Martius con 31, Aprilis con 30, Quintilis, che nel 44 a. C. diventerà Iulius, di giorni ne ha 31 e Sexstilis, che nell' 8 a. C. diventerà Augustus, ne ha 31, segue September con 30, October con 31, November con 30 e December con 31.
Davanti al tempio di Giano, i sacerdoti si concentrano sulle formule per i sacrifici, il fumo leggero dei piccoli fuochi accesi si diffonde nell'aria; il dio delle soglie viene invocato e per l'anno che esce e per quello che entra, si attraversa il confine invisibile tra l'instabilità passata e l'ordine ricostituito; le due facce del dio sembrano osservare rispettivamente l'errore alle spalle e la correzione di fronte.
Nei mercati la gente discute su i cicli solari, sul giorno che verrà aggiunto ogni quattro anni; tra una strenna e l'altra, sentiamo frasi spezzate: "stavolta le calende resteranno in inverno", "le idi torneranno al loro posto". Lungo le vie principali, la vita è in piena attività, i banchi traboccano di frutta secca e fresca, olive lucide, spezie profumate e stoffe dai colori vividi, mentre l'odore del pane appena sfornato e del formaggio si mescola a quello dei fiori e delle erbe aromatiche. Tra i venditori che chiamano i clienti e le monete che tintinnano, si scambiano consigli e notizie, si controllano date e scadenze sulle tavole esposte sui muri. Gli artigiani battono il ferro, lavorano il legno e modellano utensili, mentre gli scribi compilano registri secondo le regole appena entrate in vigore.
Anche lo Stato si muove con cautela, i magistrati entrano in carica sapendo che il loro mandato non verrà stirato o accorciato da un mese inventato; i tribunali consultano i fasti con attenzione quasi reverente, un giorno sbagliato sarebbe considerato di cattivo auspicio e Roma, che passo dopo passo sta diventando Caput Mundi, non può permetterselo. 
Il sole, intanto, fa la sua parte, sale, descrive l'arco previsto, scende; scopriamo affascinati che qualcuno lo nota guardando l'ombra di una colonna tornare dove dovrebbe essere, nessuno applaude, si annuisce soltanto.
Quando arriva il tramonto, il primo giorno del nuovo anno si chiude senza clamore, non ha avuto bisogno di eccessi per imprimersi nella memoria, ha fatto qualcosa di più sottile, ha dimostrato che il tempo può essere governato senza essere violato.
E con il vespro il nostro viaggio finisce. La riforma di Roma di 2070 anni fa si allontana lentamente, ma il suo gesto rimane, ogni calendario che sfogliamo, ogni data che consideriamo "naturale", nasce qui, in questo Capodanno diverso, in cui gli uomini hanno deciso di smettere di inseguire il tempo e di camminargli accanto.

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